Khmer: civiltà o terrore?

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Il termine khmer per molti evoca soltanto il terrore del regime di Pol Pot. Nel 1975, per reazione ai bombardamenti americani sulla Cambogia neutrale, i Khmer Rossi presero il potere rovesciando il corrotto governo di Lon Nol e trasferirono forzatamente tutta la popolazione urbana nelle campagne, chiudendo scuole, università, ospedali, uffici governativi e facendo in quattro anni almeno due milioni di vittime, in parte giustiziate, ma molte morte per fame o mancanze di cure.

Ancora oggi – trent’anni dopo – tutte le organizzazioni umanitarie del mondo sono presenti in Cambogia per aiutare la popolazione a rimarginare le ferite lasciate dal regime: migliaia di orfani, diversi milioni di mine antiuomo inesplose disseminate nel territorio, scuola, economia, sanità ancora faticano a decollare, ma le ferite più profonde sono quelle rimaste nella mente dei sopravvissuti: persone costrette ad anteporre la sopravvivenza a ogni altro valore, anche agli affetti. I genitori di oggi sono persone cresciute alla scuola della violenza con il mitra in mano e sono spesso genitori anaffettivi.

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Tra il IX e il XIII secolo la civiltà khmer ha prodotto testimonianze artistiche considerate dall’UNESCO una delle più ricche eredità culturali dell’Asia. Le rovine di Angkor, che si stendono tra foreste e risaie su una superficie di oltre 1.000 chilometri quadrati tra il lago Tonle Sap e le colline Kulen, sono i resti della più grande città preindustriale della storia. È un’immensa valle che conta oltre un centinaio di templi, tra i quali il magnifico Angkor Wat, il più grande monumento religioso al mondo.

Eppure nei nostri programmi scolastici non vi è menzione della gloriosa civiltà khmer. L’impero khmer non ha scritto la propria storia. L’unica testimonianza scritta della civiltà khmer la troviamo nella storiografia cinese: Zhou Daguan, alla fine del XIII secolo visitò la Cambogia e scrisse dettagliati resoconti su molti grandi templi, oltre a raccogliere informazioni sulla vita di tutti i giorni e sugli usi e i costumi degli abitanti di Angkor. I cambogiani hanno un passato remoto di cui essere fieri e un passato prossimo che ha riportato il paese all’anno zero.

Ma a scuola tutto questo non si impara. Sia vittime che carnefici non amano ricordare. Teth Sambath, un giornalista che ha perso tutta la famiglia sotto Pol Pot, ha dedicato dieci anni a cercare e intervistare capi ed esecutori materiali degli eccidi di massa. Ha frequentato per anni Nuon Chea, il “Fratello numero due” del regime, riuscendo a farlo parlare. Ha ritrovato nei villaggi i tagliagole che ancora vivono a fianco alle famiglie delle loro vittime. Non esiste nei sopravvissuti desiderio di vendetta. L’intento di Sambath è solo di tramandare i fatti, fare entrare il regime dei Khmer Rossi nella storia.

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