Quando muore un re

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Norodom Sihanouk, re di Cambogia, è deceduto nell’ottobre 2012, nei giorni di Pchum Ben, la Festa dei Morti o Festa degli Antenati, come è chiamata qui. Appena annunciata la scomparsa del re sono iniziati i lavori di costruzione del palazzo che ospita la “cerimonia dei cento giorni”, il solenne funerale che si è tenuto ai primi di febbraio 2013.L’edificio, un grande recinto quadrato con al centro il tempio per la cremazione, è costato 1,2 milioni di dollari americani, ed è destinato a scomparire con il re: è infatti tradizione che venga demolito finiti i riti funerari. Quello che a noi sembra uno spreco inammissibile in un paese dove un’alta percentuale della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, in Cambogia non solleva critiche. “È la nostra tradizione”, è il commento della gente, “e poi avviene ogni trenta-quanrant’anni. In questo caso ne erano addirittura passati settanta!” E puntualmente qualche mese dopo la cremazione l’edificio è stato demolito, scomparso con re Sihanouk.

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Il monarca è morto in Cina e al suo arrivo a Phnom Penh il feretro è stato trasportato a palazzo con un veicolo che per noi somigliava più a un carro del carnevale di Viareggio: un’enorme anitra dorata. Il corteo è stato seguito da una immensa folla, tutta in bianco in segno di lutto. In Oriente il bianco – un ‘non colore’ – è il simbolo della mancanza di vita.

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Nella concezione orientale il re è il tramite tra cielo e terra, e a rafforzare la credenza giornali e televisioni hanno trasmesso immagini del vecchio “re padre” che sorride dalla luna. La scomparsa del “re padre” Sihanouk ha gettato il paese nel lutto. Salito al trono a diciott’anni, aveva accompagnato nel bene e nel male la Cambogia negli ultimi travagliati settant’anni: dalla conquista dell’indipendenza dalla Francia ai sogni di fare di Phnom Penh la Parigi dell’Oriente, dalla tragedia del regime dei Khmer Rossi al lento ritorno alla normalità degli ultimi anni.

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La cerimonia funebre, durata tre giorni, è stata seguita in un caldo inclemente da tutta la famiglia reale, dai ministri, dai dignitari e da molti rappresentanti di paesi vicini e lontani.

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Alla cremazione hanno assistito solo i famigliari stretti, una ventina di persone in tutto. Sihanouk aveva avuto una quindicina di figli da mogli e concubine diverse, ma non tutti sono sopravvissuti ai Khmer Rossi. Il re Sihamoni, figlio dell’ultima moglie Monique, nelle cui vene scorre anche sangue italiano, faceva il ballerino in Francia quando il comitato incaricato di scegliere il nuovo re lo ha richiamato in patria. A lui il compito di accendere la pira funebre – nel fuoco il segno del passaggio di potere – ma la fiamma non si accende. Ci prova allora un altro figlio del defunto re e anche lui fa cilecca. Il primo ministro Hun Sen prende in mano l’accendino e la fiamma divampa. È lui il vero successore di Sihanouk.

Il vecchio re, dicono i testimoni oculari, sembrava vivo quando le fiamme hanno cominciato ad ardere. L’edificio per la cremazione era fatto in modo che i fumi venissero aspirati verso l’alto e all’esterno i fuochi d’artificio li nascondevano alla vista. Solo il fumo raggiunge il cielo: da qui l’usanza orientale di bruciare incensi o carta in occasione dei funerali. Estinto il fuoco, ogni parente ha preso per sé una parte delle ceneri e un osso in una piccola urna. Il lingottino d’oro che era stato messo in bocca al defunto è stato trovato da un dignitario che ha frugato senza remore tra i resti della cremazione.

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