Le tre fiamme del Chbab Srey, il codice di condotta femminile in Cambogia

Chbab (legge) Srey (donna) è insito nella cultura cambogiana: la filastrocca qui sotto riassunta è stata trasmessa per secoli di generazione in generazione, fa parte dei programmi scolastici e determina la condizione attuale della donna in Cambogia, i suoi diritti, l’iniquità di genere.  Chbab Srey rappresenta il principale ostacolo alla lotta contro la violenza di genere nel paese.

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Phouchhong leelia!                                                                                                                         Questa filastrocca è stata creata per stabilire le regole di comportamento delle donne.

Quando la principessa sposò Bongyaksa (nome che significa grandezza, potenza) la regina Vithmolia, madre della sposa disse:

Mia cara figlia, ora andrai con tuo marito nel mondo del Drago (il drago rappresenta il maschile), non toccare mai la testa di tuo marito (che significa ricordati di servirlo, accontentarlo e rispettarlo).

Mia cara figlia segui sempre le regole prescritte per le donne:

– non essere mai avara verso il tuo prossimo e verso i tuoi cari, la pace e la felicità nascono dalle donne.

– in quanto donna, quel che dici non ha molta importanza, ma non parlare in modo sciocco e poco cortese, le donne devono dire poche parole e mostrarsi timide e schive,

– se non dai priorità ai sentimenti di tuo marito e permetti agli altri di guardarlo dall’alto in basso sarai una donna che manca di buone qualità,

– non rendere le cose complicate altrimenti perderai tuo marito

Mia cara figliola ricorda, non dimenticare le regole delle donna:

– abbi rispetto di tuo marito, servilo con dedizione e mantieni accese le tre fiamme,

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– mantieni il fuoco regolare altrimenti ti brucerai,

– non portare dentro casa le fiamme dall’esterno perché potresti bruciarla (non portare problemi esterni in casa),

– se non stai attenta, la fiamma interna brucerà fuori (non portare i tuoi problemi fuori casa),

 

Controlla il tuo spirito e proteggi le tre fiamme, il loro fuoco ti darà grande beneficio,

La prima fiamma per mantenere gratitudine verso i tuoi genitori e la tua famiglia,

– devi camminare nel tracciato dei tuoi genitori e servirli al meglio

– cerca di proteggerli, nutrirli e soddisfare i loro desideri (dai loro ciò che vogliono)

– anche se hai fame non tenere il cibo per te ma cedilo ai tuoi familiari

La seconda fiamma è quella di tuo marito, con cui starai per sempre servendolo bene, senza farlo inquietare,

– perdonalo sempre, non parlare come se fossi al suo stesso livello,

– non importa cosa accade, noi donne dobbiamo avere pazienza e dai mariti accogliere anche le brutte parole,

La terza fiamma è nei rapporti con gli altri:

– se non sei silenziosa ma ciarliera ci saranno sempre problemi

– combattere senza tregua causa infelicità

– lamentarsi e far conoscere a tutto il quartiere i tuoi problemi non porta felicità

Queste sono le tre fiamme che una madre insegna alla figlia

 

Mia cara, non importa cosa tuo marito abbia fatto di male, devi

essere paziente

– non dire niente senza che tuo marito sia presente

– non alzare la voce o imprecare, non essergli nemica.

– non importa quanto sia sciocco o povero, non guardarlo credendoti superiore

– se è povero o sciocco, avvertilo e faglielo notare con parole dolci

non importa cosa dice, che si arrabbi o ti insulti o che usi brutte parole senza motivo

– se tuo marito ti tratta male, appartati e rifletti, poi torna indietro e con parole gentili risolvi il problema

– tienilo a mente sempre quello che tuo marito ti dice e consiglia,

– non dimenticare le sue parole o rischierai di commettere un errore di cui eri stata avvertita

Mia cara figlia, è raro per una donna essere scelta e rispettata

– non importa quanto tu sia bella, non ti sceglieranno se non conosci le regole di comportamento femminile

– non sarai rispettata, resterai sola e sfortunata

– anche se sei bella, sarai apprezzata solo se sai come comportarti

– la tua bellezza non importa se trascuri anche una sola delle regole di condotta femminile

– anche se hai la pelle scura (la pelle scura non è apprezzata in Cambogia) se sei gentile e conosci tutte le buone maniere ti avvicini a ciò che è tradizionalmente considerato Kalyan neh (la perfezione)

Questo è il volere del Buddha

 

 

 

 

 

 

 

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Arriva il riso

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Mao, l’autista che mi accompagna, costretto ad evitare con brusche manovre le lunghe file di camion carichi di sacchi rossi che ci corrono incontro, mi annuncia con una certa eccitazione che quello è riso e si lancia, con il suo improbabile inglese, in una dettagliata descrizione di questo miracoloso prodotto da cui dipende la sopravvivenza di milioni di persone in Cambogia. Cerca di spiegarmi le qualità dei tipi migliori, Kar dul  il più caro e pregiato, più di un dollaro al chilo, Somaa li, secondo in classifica, ma il suo preferito, Lam li, più scadente, accettato solo dalla povera gente perché costa meno di mezzo dollaro.  La qualità del riso dipende molto dai tempi di maturazione e proprio negli ultimi giorni è maturato il riso più pregiato. Le campagne lungo la strada hanno perso il loro splendente verde smeraldo e le strade che solo ieri sembravano sonnecchiare nell’accecante luce del giorno, oggi si sono riempite di grandi camion carichi di sacchi rossi. In ogni angolo della Cambogia, un intenso rosso violaceo,contraddistingue i sacchi che contengono il prezioso prodotto.

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Il vescovo Kike dice messa

Archivio immagineDomenica 4 gennaio 2015 è stata celebrata la prima messa nella nuova chiesa di Santa Maria Maddalena a Poipet, a pochi passi dal confine con la Tailandia. Poipet, chiamata la Las Vegas della Cambogia per la densità di casinò, è il principale centro di smistamento del traffico legale e illegale del paese.

Davanti a una folta folla di devoti locali e al tycoon coreano che ha finanziato la costruzione, i sacerdoti della Provincia di Battanbang hanno celebrato l’inaugurazione della chiesa: un edificio semplice, il tetto sorretto da una serie di angeli in sampot (il tradizionale abbigliamento cambogiano), le pareti aperte per la circolazione dell’aria. All’interno nessuna sedia, solo stuoie sul pavimento: qui ci si siede per terra.

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Quando muore un re

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Norodom Sihanouk, re di Cambogia, è deceduto nell’ottobre 2012, nei giorni di Pchum Ben, la Festa dei Morti o Festa degli Antenati, come è chiamata qui. Appena annunciata la scomparsa del re sono iniziati i lavori di costruzione del palazzo che ospita la “cerimonia dei cento giorni”, il solenne funerale che si è tenuto ai primi di febbraio 2013.L’edificio, un grande recinto quadrato con al centro il tempio per la cremazione, è costato 1,2 milioni di dollari americani, ed è destinato a scomparire con il re: è infatti tradizione che venga demolito finiti i riti funerari. Quello che a noi sembra uno spreco inammissibile in un paese dove un’alta percentuale della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, in Cambogia non solleva critiche. “È la nostra tradizione”, è il commento della gente, “e poi avviene ogni trenta-quanrant’anni. In questo caso ne erano addirittura passati settanta!” E puntualmente qualche mese dopo la cremazione l’edificio è stato demolito, scomparso con re Sihanouk.

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Il villaggio dei mille telai

 

 

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A Preyveng – poche case allineate lungo il fiume e mille telai – la tessitura è un’arte tramandata da sempre di generazione in generazione. Dista meno di quaranta chilometri dalla capitale ma ci vogliono ore ad arrivarci, ed è raggiungibile solo nella stagione secca: durante i monsoni è circondato dall’acqua. In macchina, sulla statale N1 che collega la capitale con il Vietnam, si coprono facilmente i primi trenta chilometri fino al Mekong. Il traghetto non ha orari e bisogna fermarsi ad aspettare al villaggio, quattro case e qualche palma da cocco.

Le donne – il capo avvolto nei krama – arrostiscono pannocchie di granturco sul fuoco e vendono involtini di riso glutinoso e banana, mentre gli uomini giocano a carte. Un gruppo di bambinetti raccolti intorno a un malconcio tavolo da biliardo mimano, armati di stecche, i gesti dei giocatori. L’unico maschio al lavoro è un vecchietto senza neanche un dente in bocca: espone sulla sua bancarella sigarette e un grosso barattolo pieno di un liquido rosso nel quale galleggiano pezzi di corteccia. L’intruglio è così fortemente alcolico che ubriaca solo ad annusarlo.

Sul traghetto pochi passeggeri, moto, mucche, qualche sacco di cavoli, taniche di benzina e ceste di uova che cuociono al sole rovente. Allo sbarco ci aspettano i motodop, i taxi locali. Viaggiamo su sentieri sterrati dove le buche diventano avvallamenti, voragini. Più di una volta dobbiamo scendere e spingere la moto fuori dal pantano. Un carro carico di fieno si è impantanato fino al mozzo della ruota e i buoi non riescono a tirarlo fuori.

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Un paese di bambini

di Martina Cannetta

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Gennaio 2009: sorrisi fiduciosi, occhi che si accendono di luce, giochi senza giocattoli, ma anche piccoli venditori e manine che lavorano, subito catturano l’attenzione di chi arriva. La Cambogia è un paese con pochi vecchi e molti bambini. In un paese ancora prostrato dai danni del regime che negli anni Settanta ha azzerato sistema scolastico e sanitario e ogni forma di economia, i bambini sono l’unica risorsa. Qui, dove la politica del terrore ha costretto le menti a dimenticare e rimuovere ogni apprendimento precedente, dove la paura ancora oggi impedisce a tanti di imparare o anche solo di esprimere un’opinione, i più piccoli sono gli unici capaci di guardare con fiducia al futuro.

Saranno loro a dovere ricostruire il paese. Sono loro che ci hanno convinto ad impegnare tutte le nostre energie per aiutarli. Come tutti i più piccoli i bambini della Cambogia sono disponibili all’incontro, curiosi, fiduciosi, hanno voglia di imparare e assorbono tutto quello che viene loro dato. Sono cresciuti senza nonni, sono una generazione senza memoria, sono una pagina bianca su cui si può scrivere qualunque cosa. La loro ricettività rende particolarmente importante quello che si semina. Tutto quello che arriva dall’Occidente, portatore di denaro e modernità, tende a essere accettato in modo acritico. Questo ci investe di una enorme responsabilità.

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Khmer: civiltà o terrore?

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Il termine khmer per molti evoca soltanto il terrore del regime di Pol Pot. Nel 1975, per reazione ai bombardamenti americani sulla Cambogia neutrale, i Khmer Rossi presero il potere rovesciando il corrotto governo di Lon Nol e trasferirono forzatamente tutta la popolazione urbana nelle campagne, chiudendo scuole, università, ospedali, uffici governativi e facendo in quattro anni almeno due milioni di vittime, in parte giustiziate, ma molte morte per fame o mancanze di cure.

Ancora oggi – trent’anni dopo – tutte le organizzazioni umanitarie del mondo sono presenti in Cambogia per aiutare la popolazione a rimarginare le ferite lasciate dal regime: migliaia di orfani, diversi milioni di mine antiuomo inesplose disseminate nel territorio, scuola, economia, sanità ancora faticano a decollare, ma le ferite più profonde sono quelle rimaste nella mente dei sopravvissuti: persone costrette ad anteporre la sopravvivenza a ogni altro valore, anche agli affetti. I genitori di oggi sono persone cresciute alla scuola della violenza con il mitra in mano e sono spesso genitori anaffettivi.

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