In taxi al villaggio

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Il villaggio dove operiamo con i progetti Filtri di Potabilizzazione dell’Acqua e Alfabetizzazione dei Bambini dista solo 70 chilometri da Phnom Penh, ma raggiungerlo non è facile. Qui non ci sono trasporti pubblici e bisogna fare conto su disponibilità e arte di arrangiarsi. Chi ha una macchina si mette in strada sui percorsi più richiesti, e i potenziali passeggeri lo fermano con gesto: un autostop istituzionalizzato.

Per la distanza che vogliamo coprire il prezzo è un paio di dollari a testa, ma il proprietario del mezzo, per ottimizzare il risultato, deve riempire il più possibile la macchina. Una normale berlina può ospitare una decina di persone, sei dietro e quattro davanti, ma di solito ci offriamo di pagare prezzo doppio per stare un po’ più comodi. Oggi siamo arrivati tardi e le macchine disponibili sono già partite tutte strapiene. Siamo in quattro e vorremmo un mezzo tutto per noi, ma l’unico veicolo disponibile ha già un passeggero: dovremmo stare in quattro dietro ma, di fronte al nostro evidente disappunto, l’autista non si scompone e fa accomodare il passeggero accanto a lui al posto di guida dal lato della portiera, e il guidatore si trova scentrato rispetto al volante che raggiunge allungando le braccia a sinistra.

Lo specchietto retrovisore all’interno dell’abitacolo è trasformato in televisione e trasmette in continuazione canzoni e balletti. Per vedere i veicoli dietro si usano gli specchietti laterali esterni, peccato che il nostro driver dalla sua posizione non possa vederli.

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Ikat: un’eredità preziosa

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L’ikat è un antico sistema di tintura in filo. Il termine significa nuvola, forse per alludere ai contorni imprecisi del disegno.L’intero processo di tintura e tessitura è fatto a mano secondo un’antica tecnica che permette di produrre tessuti decorati tingendo il filo prima della tessitura.

La tecnica di tintura ikat è arrivata fino a noi tramandata per secoli di madre in figlia in poche famiglie khmer. Durante il regime dei Khmer Rossi sono stati eliminati la maggior parte dei depositari di questa antica tradizione e l’arte dell’ikat ha rischiato di scomparire per sempre. È grazie alle poche tessitrici sopravvissute se è arrivato fino alle nuove generazioni. Il processo tintorio è lungo e complesso.

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Aiuti internazionali: sindrome dell’assistito?

Le Nazioni Unite, arrivate in Cambogia nei primi anni Novanta a riportare la pace nel paese, hanno avuto bisogno di personale locale in grado di parlare lingue occidentali e i vistosi stipendi offerti hanno attirato le poche persone istruite rimaste dopo la tabula rasa operata dai Khmer rossi.

Gli insegnanti hanno lasciato scuole e università, e i medici hanno abbandonato gli ospedali per andare a fare il segretario e l’autista, con remunerazioni in un rapporto da 1 a 50. La pace portata dall’esterno ha avuto il risultato di impoverire ulteriormente il paese delle poche persone istruite sopravvissute al regime, le uniche in grado di farlo progredire.

Con la missione di pace e l’amministrazione provvisoria da parte di un contingente militare-civile dell’ONU di circa 20.000 persone, molte delle quali giunte dall’Africa, in Cambogia è arrivato l’HIV AIDS. Da allora è in continua crescita, diffuso prevalentemente attraverso la prostituzione.

L’aiuto delle Organizzazioni Internazionali, fondamentale per una popolazione che non aveva nulla, ha avuto anche effetti negativi. Ha contribuito ad alterare equilibri e deteriorare i valori che hanno retto questa società da sempre e qualche volta ha persino aggravato la situazione, creando la sindrome dell’assistito che toglie ogni voglia di impegnarsi e lottare.

Bamboo Train

In Cambogia la rete ferroviaria francese è in disuso: non ci sono treni. Il Bamboo Train – un pianale di bambù appoggiato su due grossi cuscinetti a sfera uniti da un assale – è un’ingegnosa invenzione per utilizzare per il trasporto di merci i binari ferroviari lasciati dai francesi a disposizione anche dei turisti per visitare un villaggio fermo nel tempo.

Ci sediamo sugli sdruciti cuscini a bordo e un guidatore che sembra uscito dalle strisce di Corto Maltese accende il motore a scoppio, poi spinge il carrello e, superata l’inerzia, sposta il motore in avanti per mettere la cinghia in tensione. Percorriamo 7 chilometri su rotaie a scartamento ridotto – storte, gibbose, svirgolate – più simili a un otto volante che a binari. Ci aggrappiamo al pianale, sembra di saltare a ogni scossa. Si balla, sobbalza e ogni giunto produce il rumore secco di uno scoppio. Quando si incontra un veicolo in direzione contraria uno dei due veicoli deve essere smontato e rimosso dai binari secondo regole di precedenza prestabilite di cui ci sfugge la logica. Alla fine del percorso un villaggio con qualche bancarella e una fornace per mattoni, come forse si trovavano da noi parecchi secoli addietro.

Le danzatrici del cielo

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Angkor Wat, Siem Reap: una bambina dan<a nel tempio. Le dita piegate all’indietro come steli di fiori al vento, sembra staccarsi dalle pareti dare nuova vita all’antichità. I movimenti fluiscono come se il suo corpo sottile fosse il tramite con un altro mondo. Secondo la tradizione cambogiana sono gli dei protettori delle arti a ispirare i danzatori animandone corpo e mente  e le danzatrici sembrano davvero ultraterrene.

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